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IL CIELO SOPRA GORIZIA


 

Un altro magnifico tesoro goriziano. Risalgono con ogni probabilità alla seconda metà del Quattrocento gli affreschi della Cappella di Sant’Acazio, che circondano estatici e sognanti i quattro Evangelisti in uno dei pochi lacerti medievali che Gorizia conserva. Questo ciclo pittorico di grande impatto, come vedrete dalle immagini,  è un segno di gioia e  di serenità, un tetto, un cielo, un altro tesoro di Gorizia da poco riportato ai suoi antichi splendori nel quadro del più ampio restauro del Duomo Metropolitano, che si presenta come una vera e propria miniera di testimonianze sulla Gorizia più antica. La chiesetta di San’Acazio è inglobata infatti nel Duomo e gli angeli musicanti suonano un liuto, un organo portativo, un salterio tedesco a bacchette, una dulciana,un flauto all’alemanna, un’arpa un tamburo e una strana mandola molto smile a una chitarra ( forse modificata nel restauro che tale Melicher eseguì nel 1904 e già allora molto criticato. Quegli stessi strumenti sui quali nel 1996-98 fu realizzata l’elegante sala della musica  in castello, prodromica a quel Thetarum Instrumentorum che realizzammo più tardi insieme a Paolo Cecere, a Fabio Cavalli all’Insieme Dramsam e all’Accademia Jaufré Rudel. Oggi quell’esposizione è tra le più apprezzate di chi visita il castello e la nostra città. Tutto parte comunque da quegli straordinari angeli musicanti, da quel tetto angelico sopra Gorizia.

Qui di seguito, i particolari dei lavori di restauro eseguiti sotto la direzione dell’architetto Lino Visintin dallo studio Nevyjel e Regazzoni di Trieste.

IL RESTAURO

Il restauro degli affreschi realizzati sulla volta della Cappella di Sant’Acazio
inizia il 12 febbraio 2010 con il conferimento dell’incarico da parte della Direzione regionale per i
beni culturali e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia. Gli affreschi, realizzati in età tardo gotica tra
il XIV e il XV secolo, rappresentano al centro i simboli degli Evangelisti e sugli spicchi sedici
angeli, con strumenti musicali di tradizione nordica, presumibilmente di ascendenza carinziana.
I lavori sono stati preceduti da una campagna di indagini stratigrafiche effettuate sulle parti
intonacate della cappella, e sui costoloni della volta, per rinvenire eventuali decorazioni ad
affresco o finiture tardo gotiche nascoste. E’ infatti documentata, da una fotografia antecedente
alla Prima Guerra Mondiale, la presenza di una Annunciazione sulla parete che immette sulla
navata laterale destra del Duomo. Di tali affreschi, presumibilmente coevi a quelli della volta, non
è rimasta traccia.
L’intero Duomo è stato oggetto di un intervento straordinario di manutenzione che ha comportato
- per conciliare le diverse lavorazioni previste nel cantiere - alcune sospensioni ai lavori di
restauro sui dipinti della Cappella di Sant’Acazio, che si sono conclusi nel febbraio 2015.
I lavori sono stati realizzati sotto la direzione della Dott.ssa Beatrice Di Colloredo Toppani, della
Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Friuli Venezia Giulia e
dell’Architetto Lino Visintin incaricato dalla Curia Arcivescovile di Gorizia.

ICRITERI

Al momento dell’intervento gli affreschi versavano in uno stato di conservazione critico. La
superficie era coperta da uno spesso strato di sporco e nero fumo di natura oleosa. Infiltrazioni
d’acqua meteorica pregresse avevano provocato un dilavamento sui pennacchi, con perdita
della pellicola pittorica e presenza di efflorescenze saline. Gli intonaci presentavano
inoltre macroscopici difetti di adesione, sia in profondità che a livello dell’intonachino,
quest’ultimo caratterizzato da una crettatura diffusa e da sollevamenti .
I primi test di pulitura hanno subito evidenziato che gli affreschi erano stati oggetto di un pesante
intervento di ridipintura eseguito, probabilmente, in occasione della decorazione della volta
adiacente che, nel 1906, era stata dipinta con motivi fitomorfi quattrocenteschi da Hans
Viertelberger¹. Si presume infatti che in tale occasione, per accordare la volta ottocentesca
realizzata in stile neogotico, si intervenne sugli affreschi originali con il risultato di ottenebrare
drammaticamente i toni. L’intrevento di ridipintura, massiccio ed esteso su tutta la superficie,
risultava giustificato anche dal pessimo stato di conservazione dei dipinti tardogotici, che sono
emersi, dopo la pulitura con tutte le loro mancanze e lacune. Le interpretazioni arbitrarie messe in
atto durante la fase di «ripresa» dei dipinti originali avevano inoltre contribuito a rendere più
confusa la loro lettura .
I dati ricavati dalle indagini chimiche effettuate su sei prelievi di intonaco affrescato mettono in
evidenza, come primo dato, che buona parte dei dipinti è stata realizzata secondo la tecnica
canonica dell’affresco, con i pigmenti stemperati in acqua e stesi sull’intonaco ancora umido. Tutti
i campioni analizzati presentano alla base un intonaco biancastro ottenuto mescolando calce
aerea con una sabbia prevalentemente di dimensioni medio-fini e presumibilmente con una
natura perlopiù carbonatica. Per quanto riguarda invece gli strati pittorici, l’osservazione
microscopica, assieme alle analisi strumentali, ha evidenziato che si tratta perlopiù di pigmenti
stesi sull’intonaco ancora fresco, con quindi quest’ultimo che ha fornito, mediante affioramento di
idrossido di calcio, la matrice di carbonato di calcio che ora lega i pigmenti.


I pigmenti utilizzati per il restauro

I pigmenti utilizzati sono quelli classici, resistenti alla basicità della calce, quali le ocre rosse e
gialle, con anche pigmenti violacei quali ocre fortemente ematitiche, e il nero carbone.
Naturalmente si osservano anche strati stesi a secco, come ad esempio sul fondo del simbolo
dell’Evangelista Luca  e sullo spicchio dell’angelo con la chitarra - campioni 3 e 4
- dove gli strati blu sono da ricondursi a tempere a base di azzurrite, bianco sangiovanni e, in
origine un collante proteico ora completamente alterato, ma la cui presenza in origine è
testimoniata dal rinvenimento di ossalato di calcio.
Un discorso a parte merita il campione 6, prelevato su un costolone, dove lo strato rosso possiede
una composizione inorganica simile a quella degli altri strati rossi, ma possedendo uno spessore
piuttosto elevato, avendo sotto il classico velo di calce affiorata e carbonatata, essendo ben
distinto dal supporto ed infine contenendo ossalato di calcio, viene ricondotto ad una pittura a
tempera o tuttalpiù alla calce addizionata con colla per favorirne l’adesione .
Su tutti i campioni poi in superficie si rinvengono deposito di gesso secondario, presumibilmente
derivante da alterazione del carbonato di calcio costituente gli intonaci o presente nella matrice
degli strati pittorici. Tale affermazione si basa sul fatto che gli strati pittorici mostrano
costantemente spessori assai ridotti, dimostrando la loro parziale decoesione. Quest’ultima è poi
testimoniata anche dal rinvenimento all’interno dei depositi di gesso di polveri ocracee derivanti
dalle pitture sottostanti. Talora questa presenza risulta anche abbondante tant’è che il deposito si
colora in giallognolo-aranciato, ad esempio sui campioni 1 e 2 (veste bianca e viola di fondo
dell’Angelo di San Matteo, fig. 17), e 6 (costolone).
Da sottolineare che sulla superficie dei campioni 1 e 2 si rinvengono tracce di ossalato di calcio
che presumibilmente è da ricondursi a trattamenti superficiali a base di colle (sugli altri campioni il
suo ritrovamento è da mettere in relazione alle tempere di cui si è già detto).
Infine sulla superficie dei campioni 1, 2 e 4 sono state evidenziate tracce di una resina sintetica
moderna di tipo acrilico, presumibilmente riconducibile o a vecchi restauri (comunque a partire
dalla seconda metà del 1900) o a preconsolidamento degli affreschi.
 

Galleria foto: IL CIELO SOPRA GORIZIA

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