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Pittura, la scuola di gorizia

DI LUCIANO DE GIRONCOLI 

 
Una scuola goriziana?  Se ne parla da parecchio tempo e chiunque abbia frequentato gli ambienti dei pittori del Goriziano in senso lato, ha intuito che questi artisti fossero più vicini  hanno spesso e profondamente interagito tra di loro, senza limiti di linguaggio che non fosse quello dell’arte. Un'anima profonda e difficilmente definibile come tutto ciò che riguarda Gorizia e la sua identità così variegata e complessa. Due le grandi correnti, quella figurativa e quella informale. Luciano De Gironcoli che appartiene a quest'ultima ipotizza che esista una vera e propria "scuola goriziana" e lo spiega in una pubblicazione edita dall'Università della Terza Età di Cormons: chapeau.
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Da "LA SCUOLA DI GORIZIA"   di L. de Gironcoli

".....una seria e meditata, direi scientifica, certificazione della Scuola di Gorizia potrebbe rappresentare un’importante ipotesi di lavoro che consentirebbe di valorizzare l’arte goriziana nel suo complesso rendendola, finalmente, importante, “pulita” e, soprattutto, riconoscendo e certificando  il carattere internazionale dei vari linguaggi estetici maturati e cresciuti nel nostro territorio dal primo ‘900 ai nostri giorni. Dicevo che non tutti i pittori goriziani sono annoverabili a questa, ancora ipotetica, “scuola” espressiva. 

E non per questo sono meno importanti e interessanti degli altri. Anzi. Infatti la città di Gorizia è stata e lo potrebbe essere tutt’oggi, un singolare quanto vivace centro di riferimento e di produzione culturale di valore internazionale, almeno per quanto riguarda le arti figurative. Sotto l’Austria, la ricca e multiforme realtà culturale di Gorizia e del vasto territorio dell’ex Contea, interagiva positivamente con Ljubljana e con Vienna e, ovviamente, con la più vicina Trieste e con Venezia città ricca di capolavori, sede di importanti Musei e di grandi eventi espositivi. Succedeva, ad esempio, che molti artisti austriaci, sloveni e anche triestini erano incuriositi dal fermento culturale di Gorizia e, quindi, i loro soggiorni di lavoro in città erano molto frequenti. Ad esempio Avgust Černigoj, poliedrico e “irrequieto” pittore della comunità slovena di Trieste era spesso a Gorizia, fin dal tempo dell’Impero austriaco, ad esporre le sue opere o a parlare d’arte al Caffè Garibaldi, al Caffè Teatro, nelle ormai inesistenti locande della città vecchia o nelle sedi dei numerosi circoli culturali di quel tempo."

  Il linguaggio figurativo degli artisti goriziani si è formato ed è maturato in quell’ originale crogiuolo di popoli, lingue, religioni, tradizioni culturali e artistiche che costituiva l’allora potente Impero Asburgico. Gli  “italiani” o meglio, i sudditi italiani di sua Maestà l’Imperatore, quindi anche gli artisti, fino all’estate del 1918 appartenevano alla minoranza di “lingua italiana” che interagiva con le altre comunità,  con la “maggioranza” di lingua tedesca,  con quella slava (sloveni, croati, serbi, cechi, slovacchi, polacchi), bulgara, romena, albanese, ungherese, rom, con gli ebrei…Sono cresciuti in questo eccezionale contesto, dando ricevendo stimoli culturali  che hanno lasciato un “segno lungo”  tanto che queste sollecitazioni  sono ancora vive e presenti e condizionano positivamente gli artisti in senso lato, quindi non solo i pittori ma anche gli scultori, gli scrittori, i  musicisti, i poeti, gli attori…che i fruitori (il pubblico) del loro lavoro. Il carattere sovranazionale dell’Impero ha senz’altro influenzato il modo di vedere, di scrivere, di leggere, di sentire, di pensare e di agire delle genti stanziate sui territori di questa vasta organizzazione sociale tanto da costituire un patrimonio culturale comune e condiviso, fondato sul continuo confronto fra modi di vivere,  tradizioni e linguaggi molto diversi fra loro e quindi, spesso anche oggetto di forti tensioni. Unità nella diversità, insomma. Nazionalismi a parte…

Ritengo quindi corretto affermare che l’ipotetica, almeno per ora, esperienza collettiva di pittura che voglio chiamare  Scuola di Gorizia si è sempre espressa per mezzo di un linguaggio  estetico plurinazionale, libero dai vincoli  imposti dai vecchi confini politici e “mentali” o dalle diverse forme di Governo susseguitesi al potere nel nostro territorio (monarchia asburgica, monarchia sabauda, fascismo, occupazione alleata repubblica democratica). Un linguaggio che attraversa tutti gli assurdi muri innalzati dalla stupidità umana, che ridicolizza il termine “arte o artista di confine” espandendosi e radicandosi liberamente nel territorio…da Wien a Ljubljana…da Ljubljana a Gorizia, Görz,  Gorica, Gurizza… a Venezia…e ritorno…magari con una sosta a Trieste. Penso a Egon Schiele, il grande pittore austriaco, che ad un certo punto della sua breve quanto intensa vita si trova per un periodo proprio a Trieste dove, affascinato dalla bellezza di questa città che scende dalla montagna carsica per affacciarsi sul mare, dipinge una serie di marine  illuminate da una luce diversa da quella delle grandi vedute del villaggio austriaco di Krumau (Leopold Museum di Vienna), pur anch’esso tutto costruito lungo il letto di un corso d’acqua che, al contrario di quella dipinta in riva all’Adriatico, è senza riflessi, nera e impenetrabile come una strada asfaltata con il nero catrame. 

Credo che le origini dell’arte goriziana di oggi, e di quella che ha attraversato tutto il ‘900 siano direttamente collegate alle esperienze secessioniste e, successivamente, costruttiviste ed espressioniste maturate negli studi dei grandi artisti di Vienna, Praga, Budapest,  Ljubljana. Ma non dimentichiamo le relazioni e i contatti di molti pittori goriziani  con Parigi e, dopo la fine della Grande Guerra, con Roma, Venezia, Torino, Milano e altre città italiane. Praticamente, ripeto, l’arte goriziana, sin dalla fine del 1800, è fortemente caratterizzata da un linguaggio figurativo misto, composito, dove si possono individuare echi e suggestioni derivati dal colorismo veneto,  dai tratti drammatici dell’espressionismo,  dal geometrismo e dal decorativismo viennese, dalla dinamicità futurista, dalla chiarezza narrativa centroeuropea e dal dirompente, spesso ironico, linguaggio grafico slavo/balcanico.

Quindi questa Scuola di Gorizia è una singolare esperienza collettiva, sviluppatasi nel tempo, su un determinato territorio, senza bisogno di direttive organizzative, di linee guida ideologiche o di manifesti e proclami costitutivi. Esperienza collettiva, dicevo, che mette insieme delle singole personalità artistiche di spiccato talento tenendo conto, quasi esclusivamente, delle particolarità elencate poco sopra nel breve quanto importante testo di Francesca Agostinelli. Nasce così una vera e propria realtà espressiva sorretta e, perché no, anche giustificata prima di tutto dalla qualità delle opere prodotte e, di conseguenza, dalla maestria (magistero) espressa dai protagonisti di questa singolare esperienza. Per quanto mi riguarda, credo si possano definire come gli “apripista” di questa ipotetica realtà culturale i pittori Luigi (Lojze) SpazzapanAnton Zoran MušičGabriel StupicaCesare Mocchiutti. Sono poi molto importanti alcuni luoghi e varie strutture culturali che hanno assunto un profondo ruolo simbolico nella determinazione e nello sviluppo del linguaggio della “Scuola”. 

Fra i “luoghi” ritengo di dover citare le città di Vienna, Ljubljana, Trieste, Venezia, Gorizia, i suoi dintorni (di qua e di la del confine che oggi non c’è più) e in particolare il Borgo Castello e il Centro storico sottostante. Ma anche Cormons, Gradisca, Monfalcone, Grado, Aquileia…

Fra le strutture, le istituzioni e gli eventi culturali che hanno  alimentato il seme della “scuola” ritengo importanti tutti i Musei d’Arte delle città già ricordate e in particolare la Pinacoteca di Palazzo Attems; la “Mostra Giovanile d’Arti Figurative” promossa dall’Agi di Gorizia nelle sale di Palazzo Attems; le  mostre collettive dell’immediato dopoguerra organizzate a Cormons e a Gradisca d’Isonzo; le Biennali Internazionali d’Arte di Venezia, soprattutto le prime edizioni, dal 1948 al 1956 (finalmente, dopo gli anni bui del fascismo e dell’occupazione nazista si vedono in Italia le opere dei grandi maestri delle avanguardie europee)  ma anche la Biennale del 1964 (arriva da New York la pop-art) e quella cosiddetta della “contestazione” del 1968 quando la maggioranza degli artisti italiani invitati girano i quadri e nascondono le sculture esposte con drappi e fogli di carta in segno di protesta per la presenza massiccia della Polizia all’interno della Biennale.

E ancora le Biennali internazionali d’Arte Grafica di Ljubljana dove, per la prima volta, gli artisti goriziani ammessi dalla giuria hanno  la grande opportunità di confrontarsi con i lavori di colleghi stranieri di fama internazionale. Fra i goriziani presenti negli anni a quella grande mostra ricordo, a memoria, oltre alle varie partecipazioni di Mušič anche quelle di Palli, Dugo, Valvassori, Klanjšček. A Gorizia i “luoghi simbolo” in cui matura la “Scuola” sono senz’altro la già ricordata Pinacoteca di Palazzo Attems; la Taverna della Dama Bianca, in Borgo Castello aperta fino agli anni ‘50; il Circolo di lettura di via Morelli; il Circolo della Stampa in corso Verdi; il Caffè Teatro con la sua Piccola Permanente d’Arte gestita dal bravo Edi De Nicolo; le gallerie della Pro Loco, “Il Torchio” in via Mameli, “La Bottega” in via Nizza e alla fine degli anni ’80 lo Studio d’Arte Associazione Culturale “EXIT” in via Favetti.

Non posso dimenticare l’Istituto Statale d’Arte, la vecchia Scuola d’Arte di Piazza Medaglie d’Oro (oggi Liceo Artistico) che, soprattutto nel periodo 1960/1980, è il principale luogo d’incontro, di vero e proprio scambio generazionale di esperienze fra artisti/insegnanti come gli scultori Dino Basaldella, Mario Sartori, Franch Marinotto; i pittori Cesare Mocchiutti, Giorgio Celiberti, Agostino (Tino) Piazza e allievi/artisti come Mario Palli, Renato Trevisan, Enzo Valentinuz, Giuseppe Goia, Ercole Colautti,  Violetta Viola, Mauro Mauri, Teodoro (Darko) Bevilacqua, Luciano de Gironcoli,

 Giorgio Valvassori, Roberto Bruschina, Salvatore Puddu, Mara Gallas, Eliano Cucit, Romano Schnabl ,  Sergio Pausig, Giancarlo Doliac, Mario Di Iorio, Claudio Mrakic, Paolo Figar, Alfred de Locatelli, Max Busan, Nico Di Stasio, Maurizio Gerini, Marina Legovini, Laura Boletig, Thomas Braida, Valerio Nicolai e altri ancora, fra cui molti giovani sloveni che poi hanno proseguito gli studi a Venezia o a Milano e oggi sono affermati artisti nella vicina, nuova  repubblica. Goia, Valentinuz, Pausig, Valvassori, Figar, de Locatelli, Busan, Braida e Nicolai hanno proseguito gli studi all’ Accademia di Belle Arti di Venezia; Palli e Trevisan frequentano il Magistero d’Arte all’Istituto di Venezia; Mrakic va a studiare per alcuni anni a Ljubljana mentre  Di Stasio è a Milano, all’Accademia di Brera. In parecchi sono diventati a loro volta insegnanti nello stesso Istituto come Mauri, Palli, Trevisan, Gallas e Valvassori. Goia ha insegnato per anni a Venezia per poi passare al Liceo Artistico di Treviso. 

Di Iorio è stato assistente all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano come lo è tutt’oggi de Locatelli; Pausig ha insegnato sia all’Accademia di Venezia che a quella di Palermo. David Marinotto,scultore, figlio di Franch, scultore, ex insegnante e da parecchi anni gallerista a Gorizia, è insegnante di scultura all’Accademia di Venezia. Gallas, Schnabl e Cucit sono diventati architetti. Mara Gallas è stata per diversi anni preside dell’Istituto di Gorizia mentre Romano Schnabl insegna tuttora al Liceo artistico di Trieste.   

Potrebbe bastare un’attenta analisi di questa complicata mappa di “luoghi”, di istituzioni culturali pubbliche e private, di presenze e di contatti fra artisti per definire un primo dato credibile che certifica l’esistenza di una vasta e complessa rete di “attività estetiche” e di “scambio di informazioni” distribuita fra Gorizia e il suo territorio di riferimento.  Tutto ciò però  non basta ancora per definire con certezza l’esistenza di una “Scuola di Gorizia”...

LUCIANO DE GIRONCOLI

IL LIBRO "LA SCUOLA DI GORIZIA" E' EDITO DALLA UNITRE DI  CORMONS