Mercato coperto, un tesoro da valorizzare

In diretta dalla Corte di Leonardo

L’11 ottobre1485 il notaio Paolo Santonino, al seguito del Patriarca di Aquileia in visita nei territori della Stiria, incontra il conte Leonardo di Gorizia. Santonino traccia con precisione la figura del Conte e della sua corte, rendendoci in maniera particolarmente viva alcuni modelli di vita peculiari della nobiltà feudale delle terre imperiali, insomma la “vita nel castello”. Siamo ormai nel XV secolo, ben lontani da quei “secoli di ferro” che videro la vita ritrarsi nelle fortificazioni per sfuggire all’aggressione degli Ungari o dei Saraceni, ma il castello resta il simbolo del potere signorile e principale strumento di difesa dei suoi interessi territoriali. Dentro il castello la vita si svolge secondo una precisa liturgia: dalle campagne militari all’esercizio della caccia, alla musica e al ballo, alla visita di ospiti illustri, il tempo è regolato secondo i canoni della dimostrazione e dell’amministrazione del potere: nel castello siamo lontani da quel tempo del mercante che caratterizza la vita delle città del Centro e del Nord Italia. Santonino incontra il Conte a Dolsach, durante la cresima impartita dal Presule aquileiese nella chiesa di S. Elena:

Fu presente fra loro anche il signore di Gorizia con la signora contessa e i suoi uomini: saranno stati una quarantina, e cavalcarono fin verso le tre del pomeriggio (…). Indossava una veste nera e corta, e portava due spade, una corta e una un po’ più lunga; sul capo aveva un cappello di seta che lo copriva secondo il costume antico, con una corona colta da poco da un verde salice. La contessa poi aveva una veste scura di seta, ornata con molte perle e pietre preziose, e il cavallo che la portava aveva una gualdrappa dorata (…). E c’erano nel seguito di quel principe dei cavalieri aurati (…).  Li precedevano quattro trombettieri che suonavano con forza le trombe. Il Conte e la Signora stavano in mezzo ai cavalieri; li seguivano le fanciulle e le donne sposate; in fondo e ai lati c’erano armigeri, e così in cima al corteo.

E’ la descrizione di una visita ufficiale, dove si impone l’esibizione del potere. Ma il Conte non risparmia esibizioni anche in momenti meno ufficiali:

Venne da noi dopo pranzo, senza che noi lo aspettassimo, l’illustre signore di Gorizia, più allegro di prima, che ci prese per mano, prima il nostro prelato poi me, salutandoci con cortesia e dolcezza (…). Poi, mangiati dei pesci e bevuto qualcosa, per la terza volta strinse le mani al prelato e a Santonino, e dalla parte superiore del castello scese nel cortile. Qui fece venire un cavallo dei più grandi, e da solo, senza alcun strumento e senza toccare nemmeno le staffe, si ritrovò in arcioni: impresa certo meravigliosa, e che crederesti impossibile o del tutto incredibile, soprattutto da parte di un uomo non certo alto e di età abbastanza avanzata (dicono che il principe sia ormai vicino ai cinquanta). Se ne andò via con grida di saluto insieme alla sua comitiva, una dozzina di persone, alcuni dei quali recavano i falconi, altri degli astori ferocissimi. Il signore indossava una tunica corta, nera, con una breve iscrizione nella sua lingua incisa in lettere argentate e dorate. Portava anche in capo un berretto di lana scura, con sopra applicato il Kranz (gioiello o meglio corona di ramoscelli di pino o piuttosto un intreccio di ramoscelli) su cui erano state applicate numerose lamelle d’oro che volavano come se fossero mosche quando muoveva il capo, e spesso si muovevano. Sulla fronte del signore inoltre scendeva dal berretto un rubino, grande e di gran valore, montato in oro e scolpito in forma di agnello (...). Aveva anche pendente sulla spalla un corno.

Ricchezza di vesti, falconi e astori, esibizioni di destrezza in una naturale coreografia del potere. E anche il castello diventa un locus amoenus dove la struttura di difesa si munisce anche di luoghi che rimandano al meraviglioso:

Il castello è circondato da un muro non troppo largo: ma ha un fossato e l’antemurale, ed è stato costruito in un monticello assai ben provvisto per le esigenze di chi ci abita, dal momento che tutte le provviste possono essere portate senza troppa fatica. Tuttavia è sottoposto ad un monte più grande, da cui il monticello stesso è soverchiato. Il castello ha le mura spesse e altissime, e difficilmente le macchine belliche possono romperle. E’ disposto assai bene all’interno e ci sono in esso sia in alto che in basso moltissime stanze assai belle, adatte all’estate e all’inverno, così che si può ammirare l’ingegno del nobile cavaliere anche in questa come in molte altre cose, che sembra aver superato la bravura degli architetti più rinomati. C’è nel castello una fontana di acqua corrente, che ricade in una cisterna lignea più in basso: dove puoi vedere molti pesci, anche rari, che si muovono e giocano secondo il loro costume. Il signore del castello vi accumulò molte apparecchiature guerresche per difendersi dagli assalti nemici e ricacciarli indietro, quando ve ne sia bisogno. Vi ha sistemato anche una meridiana per poter determinare con maggiore esattezza e facilità il momento giusto per ordinare ed eseguire ciò che è necessario. Sotto il castello ci sono dei poderi ricchi di svariati alberi da frutto, e prati bellissimi che circondano una splendida cisterna ricca di ottimi pesci; qui è stato costruita un casotto di legno dove talvolta, dicono, il valoroso cavaliere si ripara dalla calura estiva. L’ha fatta con le sue mani e a sue spese, per il piacere suo e dei suoi amici.

Sembra un castello di Federico II ed invece è un castello fra i monti della Stiria, con tanto di meridiana per conoscere il tempo giusto per fare ciò che è necessario (con chiaro rimando all’astrologia delle elezioni, scienza meravigliosa e fondamentalmente guerriera), di pomarii e di peschiere. Non manca la fontana (dai molteplici valori simbolici) che porta l’acqua in una cisterna ricca di pesci rari e che ci rinvia con la mente alla peschiera delle giovanette che innamorano re Carlo nella sesta novella della decima giornata del Decameron:

Le giovinette, venute innanzi onestamente e vergognose, fecero reverenzia al re; e appresso, la andatesene onde nel vivaio s'entrava, quella che la padella aveva, postala giù e l'altre cose appresso, preso il baston che l'altra portava, e amendune nel vivaio, l'acqua del quale loro infino al petto agiugnea, se n'entrarono (…). Le fanciulle, veggendo il pesce cotto e avendo assai pescato, essendosi tutto il bianco vestimento e sottile loro appiccato alle carni ne quasi cosa alcuna del dilicato lor corpo celando, usciron del vivaio; e ciascuna le cose recate avendo riprese, davanti al re vergognosamente passando, in casa se ne tornarono.

Il castello quindi è un mondo dove il tempo è diverso, dove si stratificano e si cristallizzano usi e costumi d’altri tempi, dove la cortesia resta un principio incomprensibile talora per i “moderni” cittadini, che guardano con sospetto o talora con divertita curiosità questi nobili di campagna che considerano, a torto o a ragione “diversi”. Un episodio occorso al Santonino ci può servire da esempio di come le abitudini cortesi di questi nobili “montanari” restino del tutto incomprensibili al notaio marchigiano trapiantato a Udine. Si tratta dell’uso del bagno, pratica igienico-terapeutica mutuata dalla classicità romana e ribadita dai medici medievali come momento indispensabile per l’equilibrio del corpo e della sua salute. Se i bagni pubblici medievali spesso erano lavacria mixta attirandosi per questo gli strali della Chiesa, questa promiscuità si era andata perdendo avvicinandosi all’età moderna. Nelle città, ovviamente, ma non nei codici cortesi dei castelli: nel codice Manesse di Heidelberg, a f. 46 v. una splendida miniatura ci mostra Herr Jacob von Warte che sta facendo il bagno, nudo, dentro una tinozza accudito da tre bionde fanciulle che con naturalezza gli strofinano il corpo con petali di fiori o gli porgono un calice per bere, mentre una fantesca con un soffietto ravviva il fuoco sotto il caldaro colmo d’acqua. Nulla nella raffigurazione rimanda all’eros o a qualcosa di disonesto: anzi, il grande albero fronzuto che sovrasta la scena rafforza la naturalità dell’evento, riafferma l’uso del bagno come pratica salutifera per ristabilire in qualche modo l’equilibrio con la Natura, come professato dalla medicina del tempo. Il castello mantiene quindi il contatto con la Natura e con la sua scienza: la meridiana, la peschiera dei pesci rari, gli orti, il bagno. Ma Paolo Santonino, il notaio marchigiano trapiantato a Udine, il cittadino “moderno”, non riesce a comprendere tutto questo e vive il suo bagno in maniera innaturale e quindi imbarazzata. Il solco che divide città e castello è ormai tracciato da tempo e si fa sempre più profondo.

In quel giorno Santonino invitato dal nobile e magnifico signore Giorgio Vend signore del castello di Briesinch, uomo sicuramente fra tutti quelli che ho conosciuto il più cortese e di grandissima nobiltà, entrò con lui verso sera nel bagno per pulire il corpo dal sudicio accumulatosi su di esso durante il lungo viaggio. Entrò nel bagno poco dopo, credo su comando di lui, la nobilissima signora Barbara Flaschberg, figlia del signore del Castello di Flaschberg di cui prima ho ampiamente parlato, e moglie di lui, di 20 anni di età: alquanto bella ed estremamente affabile e allegra, pur senza venir meno alle regole della pudicizia e della modestia. Essa, su comando del marito, pose le sue mani bianche e morbide sul corpo di Santonino, che da principio si schermiva, poi, visto che quello era l'ordine, accettava e si lasciava andare: e lo frizionò con estrema leggerezza per tutto il corpo fino al ventre. E successivamente gli lavò il capo lasciandoglielo pulitissimo. Infine gettandogli acqua ripetutamente dal ventre fino ai piedi pulì da ogni sudiciume le membra del Santonino. Poi, finito il suo lavoro, lo ringraziò perchè lui aveva voluto sopportare con pazienza il compito che a lei era stato assegnato. Qualcuno, ignaro delle consuetudini del luogo, potrebbe imputare questo comportamento alla viziosità di una donna che invece è pudicissima, e alla stoltezza e leggerezza del marito che avrebbe fatto venire nel bagno al servizio di uno straniero la propria moglie, oltretutto giovane e bella: ma se considerasse con attenzione i costumi della regione considererà tutto ciò come fonte di grande lode per la virtù di entrambi. Dicono infatti tutti che questo uso verso gli stranieri (che tiene del resto conto del giusto rapporto sociale tra le persone) venga da antica tradizione, affinché l'ospite si senta accolto con maggiore onore e affetto.

Ma arriviamo alla musica, arte che nel Medioevo è vicina alla scienza della Natura più di quanto sia stata in tempi recenti o, men che meno, ai giorni odierni:

Il 3 ottobre (…) si svolse un pranzo sfarzosissimo, nella medesima città di Kötschach;  vi partecipò  il Magnifico Signor Leonardo prefetto del serenissimo signor imperatore nel Castello di Prutisperch nella valle del Gail, uomo dotato di grande modestia e di estrema raffinatezza. Il pranzo fu abbondantissimo di pollame d’allevamento, di uccelli selvatici e di quadrupedi, e fra le altre cose venne servito dello scoiattolo in salsa. Finito il pranzo entrò il buffone dell’illustrissimo signor Leonardo conte di Gorizia, che cantò svariate cose accompagnandosi con la cetera (cythara)e suonando il cornetto (hircino cornu) e fece buffonerie con gesti e con parole, intrattenendo con la sua giocondità tutti i convitati, che risero e si divertirono di cuore.

E’ ancora Santonino che racconta, e stavolta parla di musica. Siamo alla fine di un banchetto sfarzoso, assolutamente laico nonostante la presenza del vescovo, e l’omaggio del Conte è inviare il suo buffone (mimus) che intrattenga i nobili ospiti. Dalla stringata descrizione di Paolo Santonino si presume che il mimus dapprima cantò delle canzoni, poi dette prova della sua abilità di strumentista, poi, lasciata la musica, si mise a recitare “buffonerie” per il divertimento di tutti.

Nei viaggi di Santonino la musica viene descritta con cura: si specifica ad esempio che nella chiesa di san Lorenzo a Tristach era presente un coro di ottimi cantori, che accompagnò la messa con canto figurato, con grande piacere dei presenti, oppure che nella chiesa di San Daniele di valle Gail alle celebrazioni sacre parteciparono oltre a dei bravi cantori anche dei bravissimi musicisti che suonavano due arpe e una cetra e così via. Ma si tratta di musica sacra e “pubblica”: nel castello, dove come abbiamo visto le abitudini tendono a cristallizzarsi, la polifonia e le “nuove” tendenze artistiche dell’élite culturale cittadina sono poco usitate. Si preferisce la canzone, la monodia accompagnata, spesso improvvisata su uno strumento a corde. In fondo è monodica la gran parte della musica del medioevo: la polifonia, specie per quanto riguarda la musica profana è in qualche modo l’eccezione, una specie di moda passeggera, costosa e per certi versi troppo complicata per una fruizione “quotidiana”. Perché nel castello si fa musica, si canta e si balla: è un’attività che rientra in quelle sex res non naturales di cui faceva parte il lavacrum che imbarazzò il Santonino o il banchetto con le sue vivande ben organizzate nella loro scansione. Non per nulla il “cantare vel balare” compare nei Tacuina Sanitatis, apogeo della precettistica della salute ad uso del signore. La musica serve anche a contenere i “moti dell’animo” (altra res non naturale), com’era d’altronde noto a tutti dal racconto biblico di Davide che calmava Saul al suono dell’arpa. Non per nulla, nel monastero di Michelstetten, sempre nel racconto santoniniano, gli accompagnatori del vescovo cantarono accompagnandosi con la cetra (riecco la musica “privata” e quindi monodica) per sollevargli il morale.

Purtroppo, se della polifonia e della musica “alta” ci è arrivato molto materiale, della musica del castello disponiamo di poco o nulla. Qualche brano trovadorico o di minnesänger, qualche canzone. Poi più nulla. L’improvvisazione, d’altronde, si disperde con il suono. E’ il suo pregio, ma ahimè per noi curiosi che vorremmo sentirla risuonare fra le pareti di ciò che rimane o ci immaginiamo che fosse il castello dei Conti di Gorizia, è un vero peccato.

 

Fabio Cavalli

Accademia Jaufré Rudel

 
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