Mercato coperto, un tesoro da valorizzare

GORIZIA REWIND

04.04.2015 16:33

 Se un marziano atterrasse a Gorizia potrebbe pensare che la seconda guerra mondiale è finita qualche mese fa: invece da 60 anni il dibattito politico e culturale  si agita tra titini e Decima Mas, tra fascismo e comunismo, il primo finito nel’43, l’altro spirato nel 1989. C’è qualcosa di malato in questo fissarsi l’ombelico dalla quale fuoriesce il veleno che guasta qualsiasi discussione, determina fortune e sfortune politiche,  impedisce soprattutto una visione complessiva della storia di Gorizia che vada aldilà del ‘900. Pubblicamente e sinceramente ho sempre preso le mie posizioni in merito alle vicende del secolo breve. Non ci sono equivoci di sorta, quindi. Ma è ora di voltare pagina  e sulla nostra pagina Fb Goriziagorizia  siamo stati i primi ad affermare che la ricerca di una difficile e complessa identità goriziana sarà impossibile finchè non si darà – ma soprattutto si accetterà -una visione complessiva della sua intera storia. Gorizia non nasce nel 1914 o nel 1945, ma nel 1001. Le peculiarità goriziane nascono dal fatto di essere stata  una città di confine e quindi di aver assorbito nel più profondo del suo essere la quintessenza tre principali civiltà europee, latina slava e germanica. Ed è stata un‘assimilazione generale, non soltanto elitaria . Ma questo immenso privilegio culturale storico e civile è stato gettato al vento per vari motivi:  la scarsa lungimiranza di una classe dirigente non sempre all’altezza del compito; il trovarsi schiacciata tra Udine e Trieste;  la sottovalutazione della propria importanza e delle proprie peculiarità dovuta a una storiografia mediocre, settoriale e inadeguata. Pensiamo soltanto alla complessità culturale, storica e linguistica della Contea di Gorizia, in cui la città era capoluogo di un territorio che univa, in una sorta di primitiva Mitteleuropa popoli e tradizioni latine, slave e germaniche  dall’Istria fino al Tirolo:  in pratica tutto l’arco alpino orientale. In Carinzia in Tirolo- per non parlare di Vienna o Budapest -  perfino in Istria o a Dobbiaco, è rimasta l’impronta, spesso importante, della presenza goriziana. Qualcuno si occupa di questa nostra incredibile prerogativa nel momento in cui la Ue  sta realizzando la macroregione Alpina?

E ancora. Non sono mai stati sufficientemente trattati  i legami di Gorizia con Aquileia: dell’immensa  tradizione storico culturale e religiosa aquileiese  Gorizia è erede diretta il che vuol dire una sorta di privilegio nei rapporti internazionali  con l’area mitteleuropea e danubiana. Ci pensa qualcuno? Ma figuriamoci. Sarebbe bello invece discutere sulla prossima istituzione delle Unioni intercomunali (non se ne parla più, a Gorizia?) su che fine farà il patrimonio straordinario dei Musei provinciali, che spetterebbe a Gorizia e in parte all’Isontino; sulle sinergie del comparto Museale goriziano con la Fondazione Coronini che continua amabilmente a gestirsi come un’isola felice; sulla assurda situazione del Museo di santa Chiara che l’arcivescovo Bommarco voleva ospitasse il Tesoro di Aquileia e su mille altri problemi e misteri “molto buffi”  che divulgheremo molto presto. Nasce forte il sospetto che le querelles riferite al Novecento – si polemizza anche su Cecco Beppe! - siano la stampella elettorale  di una classe politica che non sa proporre altro che feroci antagonismi, in un pneumatico vuoto di proposte concrete.

ANTONIO DEVETAG